Archeologia subacquea – Egnazia ( BR )

Le rovine dell’antica città di Egnazia (Gnathia) sono localizzate sulla costa adriatica pugliese, al confine tra le province di Bari e Brindisi (un tempo Peucezia e Messapia).
Egnazia conosce varie fasi di occupazione, da età protostorica ad età tardoantica e medievale.
L’intervento di ricognizione, rilievo ed analisi delle evidenze sommerse individuate nell’insenatura a nord dell’acropoli dell’antica città di Egnazia, già note grazie alle restituzioni aerofotogrammetriche di S. Diceglie nel 1981 e a prime indagini subacquee (1979 Itinera, 1994 Aquarius), ha consentito di formulare nuove ipotesi e nuove interpretazioni di queste strutture.
I dati acquisiti durante le immersioni che si sono susseguite da Giugno 2000 a Gennaio 2001, tramite il rilievo diretto, hanno consentito di verificare la pertinenza dei resti individuati nell’insenatura a nord dell’acropoli a strutture portuali di età romana (fine età repubblicana – inizio età imperiale) e hanno altresì fornito una serie di nuove informazioni circa la tipologia edilizia e le tecniche costruttive impiegate corrispondenti a quelle descritte da Vitruvio nel “De Architectura” per i porti romani in cementizio e già noti in molti siti della costa tirrenica laziale e campana in particolare, e in altre aree del Mediterraneo (la tecnica edilizia rimanda ad età augustea: nella politica augustea forte era a volontà di potenziare approdi come Ravenna e Pozzuoli, con la serie dei vari apprestamenti portuali).
Le strutture portuali consistono in due moli in opus caementicium, (nord e sud) convergenti, che un tempo delimitavano un bacino di circa 16.000 mq. I due moli del porto, la cui imboccatura è larga 40 m, mostrano la compresenza di tipologie edilizie e tecniche costruttive diverse, non così anomala, considerata la progettualità “sperimentale” degli ingegneri romani (v., a scala maggiore, il grande porto di Erode a Cesarea Marittima).
Nel caso dei due plinti superstiti del molo nord, si può parlare di un’opera a piloni (opus pilarum), ottenuta, almeno in un caso, quello del plinto B, con l’ausilio di una cassaforma “stagnata”, considerata la presenza di cortina in faccia vista (opus reticulatum e ammorsature angolari in opus vittatum). Il plinto interno (A), più vicino alla costa, è il più alto: emerge da m 2,40 a 3,1, ha pianta pressoch&éacute; quadrata (m 6,15 di lato) e angoli stondati.
Il plinto più esterno (B), si eleva dal fondo di ca. m 0,60, ha dimensioni maggiori e pianta rettangolare (m 7,30 x 6,60) sempre con angoli stondati.
La distanza e lo sfalsamento dei due plinti si potrebbero spiegare con la necessità di contrastare con una superficie minore il moto ondoso (frangendolo meglio) ed evitare l’insabbiamento del bacino garantendo il movimento dell’acqua.
Per il molo sud, invece, si tratterebbe di una struttura continua, a segmenti progressivi accostati, realizzata in cassaforma “inondata” e dotata quindi perchè fosse autoportante di uno “scheletro” costituito da pali a sezione circolare (destinae) di 30 cm ca. di diametro, a cui erano collegate travi orizzontali probabilmente a sezione quadrata o quadrangolare (catenae), che si ripetevano con maglia piuttosto regolare di ca. m 1.5 (la lunghezza complessiva del tratto visibile è di 23 m).


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